Referendum: cos’è e quali sono le differenze tra i diversi tipi previsti

Se ne parla molto, perché il 20 e il 21 settembre gli italiani sono chiamati a votare per il referendum confermativo del taglio dei parlamentari. Per capirne di più, esaminiamo insieme l’istituto nel complesso e le sue caratteristiche.

Che cos’è un referendum?

Il referendum rientra tra gli istituti di democrazia diretta, insieme alla petizione e all’iniziativa legislativa popolare. Esso richiede l’intervento – appunto – diretto dei cittadini nell’esercizio dell’indirizzo politico e della sovranità popolare, senza il tramite dei suoi rappresentanti (v. Art. 1 Cost.).

Nella Grecia antica, esso consisteva nel permettere a tutti i cittadini, escluse le donne e gli schiavi, di votare le leggi e i provvedimenti dello stato. Molto tempo dopo, la pratica è stata ripresa in Svizzera. Il paese si divide in cantoni e quando le relative assemblee si riunivano nella capitale, le comunità inviavano i loro delegati. Questi ultimi potevano prendere decisioni solo con la riserva “ad referendum“, nel senso che le stesse si consideravano valide solo previa approvazione delle singole comunità.

In Italia, il primo fu quello istituzionale. Si tenne tra il 2 e il 3 giugno del 1946, potevano votare anche le donne, vide la partecipazione di circa l’89% degli aventi diritto e decretò la nascita della Repubblica.

Da allora, i nostri Costituenti ne hanno previsti diversi tipi. Vediamoli insieme.

Il referendum abrogativo

Previsto dall’art. 75 Cost., esso può essere indetto per deliberare l’abrogazione totale o parziale di una legge o di un atto avente forza di legge, quando lo richiedono 500.000 elettori o 5 Consigli regionali. Non possono esservi sottoposte: le leggi di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali e le leggi tributarie.

La Corte Costituzione ha poi elaborato una serie di limiti impliciti all’ammissibilità del referendum, escludendovi dal possibile oggetto: le leggi costituzionali e di revisione costituzionale, quelle di modifica dei Patti Lateranensi ed ancora quelle la cui esistenza è imposta dalla Costituzione ovvero dal diritto comunitario, la cui eliminazione comporterebbe un vuoto normativo (es. la legge elettorale). E’ necessario, inoltre, che il referendum possieda le seguenti caratteristiche: omogeneità, puntualità, concretezza ed intelligibilità.
In altre parole, il quesito deve essere semplice, completo e devono essere chiari gli effetti normativi dell’abrogazione.

Le modalità di attuazione sono disciplinate dalla L. 352/1970, secondo la quale alla fase dell’iniziativa devono seguire un controllo di legittimità da parte dell’Ufficio Centrale per il Referendum – presso la Corte di Cassazione – ed un giudizio di ammissibilità ad opera della Corte Costituzionale.

La proposta soggetta a voto referendario, si intende approvata se abbia partecipato il 50% più 1 degli aventi diritto e sia raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. In caso di esito positivo l’abrogazione viene fissata in un decreto presidenziale, mentre in caso di risultato negativo non si potrà riproporre – per 5 anni – un quesito referendario avente ad oggetto la stessa legge o disposizione di legge.

Da ricordare: 1974, divorzio; 1981, aborto; 1987, nucleare; 2011, privatizzazione dell’acqua.

Il referendum costituzionale

Secondo l’art. 138 Cost., le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni, ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta (50% +1) dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi in questione possono essere sottoposte a referendum quando ne facciano richiesta un quinto dei membri di una Camera o 500.000 elettori o 5 Consigli regionali, entro tre mesi dalla loro pubblicazione.

Non si può ricorrere allo strumento referendario, se la legge è stata approvata – nella seconda votazione – da ciascuna delle Camere a maggioranza dei due terzi dei suoi componenti.

Anche conosciuto come referendum confermativo, questo tipo di istituto serve a confermare ovvero respingere una modifica alla Carta Costituzionale e ha lo scopo di verificare la rispondenza della legge alla volontà popolare.

Per la sua validità, non è previsto un quorum specifico. Ciò significa che la legge oggetto del quesito referendario entra in vigore se approvata dalla maggioranza dei voti validi. Si fa riferimento alla semplice prevalenza del “sì” o del “no”. Ed è questo che si terrà nei giorni del 20 e 21 settembre 2020.

Da ricordare: 2001, riforma del titolo V della Costituzione; 2016, riforma Renzi-Boschi.

 

Altri tipi di referendum

L’art. 123 Cost. prevede quello regionale, secondo cui le Regioni – nel proprio statuto – hanno la possibilità di regolare l’esercizio del referendum su leggi e provvedimenti amministrativi regionali. In questo caso, il quesito potrà essere sia di tipo consultivo che abrogativo.

L’art. 132 Cost., invece, si occupa del referendum territoriale. Esso è previsto solo nell’ipotesi in cui si proceda alla fusione di Regioni esistenti o alla creazione di nuove – o anche qualora Comuni e Province desiderano trasmigrare in una Regione diversa da quella di appartenenza – quando ne facciano richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate. La proposta si intende approvata, se si esprime in senso favorevole la maggioranza delle popolazioni stesse.

Ancora, il referendum può essere di tipo consultivo ed è utilizzato per conoscere la volontà popolare in merito ad una questione di carattere politico. Non è previsto un quorum minimo e il suo esito non è vincolante, per questo – sebbene vi si ricorra molto a livello locale – sul piano nazionale è stato indetto una sola volta. Era il 1989 e ai cittadini italiani venne chiesto se si dovesse procedere a trasformare le Comunità Europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando a quest’ultimo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre poi a ratifica dei singoli Stati membri.

Non essendo previsto, lo strumento in questione richiese un’integrazione normativa, attuata con la legge costituzionale n. 2/1989. Al voto partecipò circa l’80% degli aventi diritto e il “sì” vinse con l’88% delle preferenze validamente espresse. Non avendo efficacia giuridica vincolante e considerato ad oggetto impossibile, tale esito ebbe solo una forte risonanza e valenza plebiscitaria.

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